INDIGNARSI CONTRO LA VIOLENZA
La giornata della rabbia è diventata la giornata della violenza. Sono bastati meno di 500 incappucciati, a far scomparire i 300mila manifestanti del dia indignado, spostando i riflettori su incendi, devastazioni, cariche della polizia e feriti. Eppure, la giornata era cominciata nel migliore dei modi, con la gente che affluiva in piazza della Repubblica, con i militanti un po’ attempati del Pdci che intonavano Bella ciao sin dalle scale mobili della metropolitana. All’una e mezzo la piazza era già gremita come tutta l’area circostante Termini. Sole, canzoni, sorrisi e voglia di dire no alla crisi. La parola d’ordine, «rise up», «solleviamoci». Certo, la presenza in testa al corteo di Vittorio Agnoletto ricordava un po’ troppo da vicino la Genova del 2001, come pure l’andirivieni di Piero Bernocchi, a scandire la partenza del corteo. Il via alle 14 spaccate, sotto un sole imprevisto che sfidava qualsiasi burrascosa previsione metereologica, mentre arrivavano notizie di pullman carichi di indignati, nel traffico alle porte di Roma.
Un fiume di gente che raccontava non soltanto l’indignazione del Paese, ma i suoi mille buchi neri. Gemma, 54 anni, era arrivata appositamente da Lucca: «Non c’è più lavoro e sono a casa da un po’. Ho ripiegato sulla politica, con l’Idv, ma piuttosto che portare le nostre bandiere, abbiamo preferito sfilare sotto un tricolore. Vogliamo affermare che il denaro è uno strumento, non un fine». Dietro di lei, lo spezzone dell’acqua pubblica. Luciana, 60 anni, insegnante di storia e filosofia, era venuta da Napoli, e non parlava solamente di privatizzazione dei servizi da sventare: «Sono indignata da questo governo, dal modo in cui affronta i problemi, dal fatto che cura gli interessi di pochi». A confermarlo, il gruppo di aquilani «30 mesi dopo» il sisma. Sventolavano bandiere nere e verdi, lutto e speranza, minacciando: «Ora tremate voi». Alessandra, 55 anni, titolare di un’agenzia di viaggi, si considerava una fortunata: «Io almeno lavoro, ma la città è ferma a due anni fa. Su 1500 aziende del centro storico, solamente 300 hanno riaperto, in centri commerciali. E a novembre ci chiederanno la restituzione delle tasse non pagate, per fare cassa. Stia certa che torneremo a Roma».
Risalendo la corrente, s’incontrava Manuela, pittrice messinese, 26 anni, No Ponte: «Sono qui contro il Ponte, ma anche contro tutto questo schifo. Troppo. Questa classe dirigente, tutta, non ci rappresenta più». Di fianco, giovanissimi indignati nascosti dietro le maschere postulate da V per vendetta, si arrampicavano sulla tettoia dell’hotel Atlantico e tra sfarfallio di coriandoli, bruciavano la bandiera italiana e quella della Ue. Gesti più dimostrativi che violenti, ma che hanno aperto la strada a quel che stava per accadere, segnalato dallo sfilare delle tute nere dei black bloc. Volti nascosti da sciarpe scure, caschi pronti per essere indossati. Incastrati tra lo spezzone del Coordinamento romano per la lotta per la casa, e i no Tav, erano anticipati dallo striscione di uno dei collettivi duri dell’università Federico II di Napoli: «Con te non ci parliamo. Vattene via. Tela, che è meglio per te», l’invito inequivocabile rivolto a chi provava a chiedere. Dietro di loro, i No Tav, indifferenti alle chiarissime intenzioni di chi sfilava prima di loro. «Non li conosco e non m’interessa. Siamo abituati a queste cose. Ci sentiamo più sicuri qui che in valle», spiegava piccata una signora con i capelli bianchi, negando la necessità di un servizio d’ordine. Ma mentre, ancora dietro, Vincenzo, 31 anni, titolare di una piccola ditta informatica lucana, spiegava che le trivellazioni rubavano il petrolio alla Basilicata, lasciandole solo l’inquinamento, il corteo s’è azzittito. In via Cavour si respirava l’odore acre della plastica bruciata. Un paio di auto erano state bruciate, ma in coda al corteo, ancora immobile a un’ora e mezzo dalla partenza, nessuno se ne accorto. Non le Mamme vulcaniche di Boscotrecase, spaventate dall’aumento esponenziale dei tumori nelle proprie famiglie, a due passi dalle discariche partenopee, né i Cobas (tra i pochi ad avere un proprio servizio d’ordine), né gli studenti che arrivavano allora dalla Sapienza, dietro al camion del Teatro Valle occupato, ai ferrovieri indignati, alle bandiere di Rifondazione e Sel.
In testa, il corteo si dirigeva verso San Giovanni, isolato dal resto della città dai blindati delle forze dell’ordine. Che in via Cavour hanno lasciato fare, restando dietro ai mezzi per evitare qualsiasi tipo di contatto. Ma in via Merulana sono intervenuti, quando una colonna di fumo si alzava da un edificio del ministero della Difesa, dato alle fiamme. I manifestanti che sfilavano ancora in via Labicana non capivano, ma avanzavano. Fino al contraccolpo della prima carica, arrivato come un’onda. Chi poteva, cercava una strada alternativa, attraversando Colle Oppio per raggiungere San Giovanni. Ma nei pressi di via Merulana il fuggi fuggi segnalava senza ombra di smentita che la festa era finita. E che restava solamente la rabbia degli indignati, quelli veri, soprattutti contro chi quella festa l’aveva rovinata.
sabato, 15 ottobre 2011 da ilriformista on line
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