Roma 29 gennaio – L’era del Fisco “Sceriffo”, che interveniva solo dopo una segnalazione o un’evasione palese, è finita. Oggi siamo entrati nell’era del Ranger Digitale. Come denunciato da Federcontribuenti, l’Intelligenza Artificiale ha trasformato l’Agenzia delle Entrate in un osservatore invisibile e perenne, capace di seguire ogni nostra traccia economica.
Ma se la tecnologia corre, il diritto non può restare a guardare. Quando un algoritmo decide chi deve essere controllato, si apre un campo di battaglia legale del tutto nuovo: quello della difesa del cittadino contro la macchina.
La “Presunzione di Colpevolezza” Digitale
Il primo grande ostacolo per il contribuente è il ribaltamento della realtà: l’algoritmo non chiede, sentenzia. Incrociando conti correnti, spese elettroniche e stili di vita, l’IA genera una “verità statistica” che spesso non coincide con la vita reale.
Dal punto di vista legale, però, questa verità ha un punto debole: non è assoluta. Un algoritmo può vedere un acquisto importante, ma non può conoscerne il sacrificio o la provenienza lecita (come un prestito familiare o un risparmio ventennale). La difesa oggi deve saper smontare la “freddezza” del dato numerico con la concretezza dei fatti.
Le tre falle nella corazza del Fisco IA
Per difendersi da un Ranger che non dorme mai, il cittadino ha tre scudi legali fondamentali:
Il diritto alla chiarezza: Un avviso di accertamento che dice “lo ha stabilito il software” senza spiegare il perché logico è, per legge, un atto monco. Il contribuente ha il diritto di conoscere la logica dietro l’algoritmo. Se la scatola è nera, l’atto è nullo.
L’obbligo del tocco umano: Nessuna macchina può emettere una sanzione in totale autonomia. Deve sempre esserci un funzionario in carne ed ossa che valuti il caso. Se il controllo è stato puramente automatico, la difesa ha gioco facile nel contestarne la legittimità.
Il limite della Privacy: Anche il Fisco ha dei confini. L’uso dei dati deve essere proporzionato. Un monitoraggio asfissiante e non giustificato viola il GDPR e le tutele europee, rendendo le prove raccolte spesso inutilizzabili.
Non solo repressione: La richiesta di Federcontribuenti
Il cuore della critica di Federcontribuenti è semplice: la tecnologia deve aiutare, non solo punire. Invece di usare l’IA come un’arma di pressione per “fare cassa”, lo Stato dovrebbe usarla per la trasparenza. Immaginate un fisco che, grazie all’IA, vi avvisi prima di commettere un errore, agendo da consulente e non da inquisitore. Questo sarebbe il vero “fisco moderno” al servizio dei cittadini.
In conclusione
Siamo di fronte a una rivoluzione che rischia di schiacciare imprese e famiglie già provate. La sfida per i legali e per le associazioni di categoria sarà quella di garantire che il “Ranger Digitale” rispetti sempre lo Statuto del Contribuente. Perché dietro ogni codice fiscale non c’è solo un database, ma una persona, una storia e dei diritti inviolabili.
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