Imprenditori costretti sulla torre: o gli stipendi o le tasse.

Carico fiscale PMII ministri continuano a polemizzare con le cosiddette parti sociali e sindacati vari, nessuno però dice effettivamente cosa fare e dove intervenire. Così, mentre il legislatore tentenna, l’economia affonda. Si ricorda loro che qualunque imprenditore decida, in questo contesto, di pagare gli stipendi e rimandare, per difficoltà, il pagamento delle imposte onora la Costituzione che ci vede una Repubblica fondata sul lavoro, mentre, sempre la Costituzione impone di richiedere le tasse in base alla capacità di reddito e come modo per contribuire e non sostenere uno Stato spendaccione.

Nessun taglio ai costi politici e istituzionali, il drenaggio sociale continua. E fin quando taglieremo solo i servizi pubblici, spingendoci verso la privatizzazione in ogni ambito e fin quando tale servizi privati saranno gestiti da prestanomi, ogni possibilità di ripresa o di credibilità resterà pura utopia.

L’Italia è l’unica nazione comunitaria ove chi assume viene penalizzato pesantemente sotto l’aspetto fiscale, dove chi assume con contratto indeterminato gli costa molto di più che assumere con impiego a tempo determinato, tutto contro logica e buon senso: si vuol capire se queste bestialità vengono commesse per incapacità del legislatore oppure per favorire lo sfruttamento del lavoro dipendente senza il rispetto del futuro altrui. In Italia, a meno che non si sia un milionario, o un erede, si apre una impresa indebitandosi subito, con lo Stato e con le banche. Basta avere una idea imprenditoriale per vedersi inabissati di scadenze fiscali. È normale chiedere ancor prima di lasciar aprire la saracinesca, le anticipazioni fiscali? Da noi è un fenomeno consolidato.

Lavoro e previdenza le voci che più di tutte pesano sui bilanci delle piccole imprese, tra assunzioni e cessazioni lavoro, dati contributivi, retribuzioni e liquidazioni. La sicurezza sul posto di lavoro è solo una questione burocratica e di costi insostenibili, tutti a carico del datore del lavoro. Basta vedere quante società offrono pacchetti all inclusive anche online. Inoltre bisogna avere una documentazione per la gestione dei rifiuti, delle fogne e per le emissioni in atmosfera, quando sulla cronaca, per grave inquinamento, ci finiscono sempre e solo le grandi multinazionali: quelle che più di tutte andrebbero controllate. Le dichiarazioni dei sostituti di imposta, l’anticipo Iva e ancora voci assurde come la tutela del paesaggio, dei beni culturali: ma di cosa parliamo? Parliamo dei costi assurdi sostenuti da queste piccole aziende, costi che superano il 69% degli utili. Facile allora finire sulla torre e dover decidere se buttare nel vuoto gli stipendi dei propri impiegati o le imposte. O ancor meglio, sentirsi gridar ” alt! Chi va la! ” mentre si tenta di entrar nel recinto istituzionale per chiedere un sostegno, un aiuto, anche solo un consiglio. Cosa fare quindi? Quando si è uomini di coscienza e soprattutto onesti, il dilemma se è meglio pagare le imposte o gli stipendi, di questi tempi assale facilmente. Una doppia lama considerato che saltare questo pagamento o l’altro apre le porte al fallimento lavorativo. L’associazione Federcontribuenti sta raccogliendo le testimonianze di questi imprenditori che si trovano di colpo a dover sciogliere tale dilemma: o la borsa o la vita. La minaccia la pone lo Stato, nella borsa ci sono gli utili dell’azienda: un bottino magro. I costi del lavoro, le anticipazioni fiscali, le mancate detrazioni, tutto pesa sugli utili e vedersi a fine mese con in cassa solo il giusto per pagare gli stipendi o le tasse è ormai una prassi. Molti scelgono di pagare gli stipendi anziché le imposte, magari salvando qualche euro per se e la propria famiglia. Non si parla di big della finanza, di amministratori delegati con ville, velieri e con un parco macchine di tutto rispetto. Parliamo di piccoli imprenditori con qualche operaio. Imprenditori con sulla testa la ghigliottina fiscale che ogni giorno pende sempre più vicina sulle loro teste. Inoltre, è bene chiarirlo, le notizie sulle decisioni di eliminare le detrazioni o di abbassarle ulteriormente vanno lette come un aumento della pressione fiscale, in quanto tutto ciò che non si può detrarre si deve dare, sempre allo Stato. In tutti gli altri Paesi europei le aziende detraggono gli investimenti, il necessario per lavorare, hanno una pressione fiscale ben più bassa, per questo non chiudono, anzi producono ed assumono. Tutti chiamati a pagare come se si possedesse una Ferrari, invece in garage  sia ha un macinino arrugginito. Le tasse riscosse non coincidono affatto con i servizi resi. Si precisa agli imprenditori alle prese con il dilemma se la borsa o la vita, che le loro testimonianze saranno raccolte e gestite nella più sicura anonimia. Tuttavia senza alzare la voce, senza trovare il coraggio di mettersi in trincea, le parole resteranno tali e il sistema anche.

 

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