Sono vittima di un decennale accanimento persecutorio da parte di Invitalia S.p.A

”Sono vittima di un decennale accanimento persecutorio da parte di Invitalia S.p.A’‘. Finisce sul tavolo della Federcontribuenti il grido di aiuto della signora Loredana. ”Sto restituendo un debito con interessi enormi e presto mi vedrò notificati altri addebiti ai quali non so proprio come fare fronte economicamente”. Il MEF è a conoscenza del Sistema adottato dall’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di cui è proprietaria? Cosa prevede il prestito d’onore e quale ruolo ha avuto la Camera di Commercio in questa vicenda? D.lgs 185/00 Titolo II – Autoimpiego ( prestito d’onore )

Nel 2008 dopo anni di lavoro precario la signora Loredana decide di aprire una merceria e si affida ad un corso di formazione per incentivare l’imprenditoria femminile organizzato dalla Camera di Commercio di Siracusa. Racconta: ”fulcro del suddetto corso era il prestito d’onore e le modalità per ottenerlo, fidandomi dei preziosi suggerimenti dei formatori ho avviato l’iter che ha condotto all’approvazione del progetto e convocata da Invitalia ho firmato il contratto per ottenere il finanziamento agevolato e il 3 aprile 2009 ho aperto l’attività”. Non era realmente un prestito, ”mi venivano versate quote man mano che acquistavo l’attrezzatura, questo l’ho saputo dopo l’approvazione e per giustificare la somma approvata da contratto da Invitalia di euro 21.879,65 euro ho dovuto, in un negozio di poco più di 60 mq, commissionare un bancone da un falegname che mai avrei fatto per circa 10 mila euro. Non potendo usare le somme Invitalia per acquistare merce ho dovuto richiedere un altro finanziamento da Confeserfidi di Ragusa per un importo di 22.000 euro da restituire in 60 rate. Mi sono trovata dunque dentro un bellissimo negozio con scaffalature realizzate da un artigiano con poca merce, nessun fondo cassa per far fronte alle spese iniziali e un mare di debiti che mi ha sovrastata”. Nonostante le difficoltà ha continuato ad andare avanti fino nella primavera del 2011, ”davanti ad una richiesta di aumento del canone di locazione e all’aggravio di spese a causa degli Studi di settore, sconfitta dallo STATO DI FORZA MAGGIORE ho deciso di chiudere la merceria”.

Invitalia, valutando la fattibilità del progetto della signora Loredana decide di mettere a disposizione una somma pari a 21.879,65 euro che le accrediterà di fattura in fattura. Il prestito è così composto: 11.977,99 euro come totale a fondo perduto in conto capitale e in conto gestione e 9.901,66 da ridare con tasso agevolato a rate. Su questi 9.901,66 euro la signora Loredana restituisce 6.644 euro lasciando a debito 3.256 e allora perché Riscossione Italia gliene chiede indietro oltre 16 mila? E perchè il giudice della sezione civile di Roma la condanna anche alle spese legali? E come sono stati calcolati 2.025,99 euro di interessi maturati sulla quota a fondo perduto?

” Ad un anno di distanza dall’apertura, pur ricevendo le continue visite del tutor, il cumulo delle spese superava di gran lunga i profitti, costringendomi a ricorrere sempre più di frequente al conto corrente di mio marito per pagare l’affitto del locale commerciale. Ho contattato Sviluppo Italia fornendo tutti i documenti che testimoniavano l’inevitabile fallimento dell’attività, tra cui i bilanci passivi del commercialista dichiarandomi consapevole della necessità di dover restituire il finanziamento e chiedendo di aiutarmi con una rateizzazione. In risposta ho ricevuto solo una lettera in cui si comunicava la decadenza dai benefici per aver chiuso prima dei 5 anni previsti dal contratto e l’intimazione a pagare la somma dovuta in un’unica soluzione”. Ho continuato a contattare Sviluppo Italia pregando di dilazionare la somma rimanente, ossia la quota a fondo perduto, considerato che nel contempo dovevo pagare le rate del prestito Confeserfidi. Ho cercato per anni di far fede ai miei impegni ai quali potevo ottemperare solo ottenendo una rateizzazione del debito, ma nell’agosto del 2015 ho ricevuto un’ingiunzione di pagamento per la somma di euro 14.623,60 da pagare entro 60 giorni. Il 30 luglio 2019 mi è stata notificata da Riscossione Sicilia S.p. A. una cartella di pagamento per somme iscritte a ruolo pari a 15.068,19, con valore di intimazione ad adempiere l’obbligo entro 60 giorni pena fermo amministrativo, ipoteca sugli immobili ed esecuzione forzata di beni. In preda allo sconforto mi sono recata presso la sede dell’agente della riscossione di Siracusa ottenendo una rateizzazione del pagamento in 72 rate da 234 euro circa ciascuna. Considerato il fatto che sono disoccupata, vivo a carico di mio marito pensionato e pago un mutuo venticinquennale per la unica casa di abitazione, una rata fissa del suddetto importo per 6 anni ha aggravato di molto la mia condizione economica, ma ancor di più mi ha prostrato psicologicamente l’ingiustizia di dover pagare quasi il doppio del debito contratto nonostante tutti i miei tentativi di adempimento. Per colmo il 10 febbraio 2020 il giudice dott. Eugenio Gatta ha emesso una sentenza che mi condanna al pagamento della somma di euro 14.623,60 e al pagamento delle spese legali a favore di Sviluppo Italia liquidate in euro 3.450,00 oltre 15% per spese generali. Il Giudice, nel corso delle conclusioni, è stato messo al corrente del fatto che ero già stata costretta al pagamento di una somma pari a quasi il doppio del debito iniziale, ma ciononostante mi ha condannato a pagare anche le spese legali oltre agli interessi di mora per la rateizzazione alla Riscossione Sicilia S.p.A. Pago per la mia onestà, potevo usare come gli altri mille sotterfugi e non avrei versato un euro indietro, invece sono stata nche umiliata perché definita come la solita furbetta”.

Conclude la Federcontribuenti: ”La signora Loredana può certamente appellarsi alla Legge salva suicidi, ma, lo scopo dei prestiti agevolati per l’auto impiego non dovrebbe essere quello di indebitare oltre ogni ragionevole circostanza un cittadino e non dovrebbe prevedere la decadenza delle agevolazioni quando, per causa di forza maggiore, una attività non riesce a maturare i 5 anni di attività. A queste condizioni parliamo di un tiro al tavolo verde, non di una seria opportunità di riscatto. Porteremo la questione direttamente al MEF”.