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La mafia al nord non esiste per questo scappa al redditometro e allo spesometro

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mafiaSe la mafia al nord non esiste, non esiste nemmeno il Colosseo a Roma. 200 miliardi di fatturato, un patrimonio immobiliare da fare invidia al Vaticano, tutto rigorosamente in nero se fingiamo che questi enormi flussi di denaro non passino attraverso le banche. Se fingiamo che qualche notaio ignori a chi sta prestando i propri servigi. Il concetto di mafia nasce per indicare quei gruppi di potere che attraverso l’arroganza, la minaccia e le intimidazioni padroneggiano nelle strade come nei consigli di amministrazione. La mafia non è altro che un gruppo di uomini, armati o in cravatta, con la lupara o la 24ore. Non esistono zone franche e chi commette l’errore di affermare che la mafia ha un accento meridionale non è in buona fede. A che punto è la lotta alla mafia? Ad un punto morto,mancano le leggi sulla corruzione, sul diritto di eredità dei beni accumulati con il sangue e sul riciclaggio. I potenti mezzi dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia non servono allo scopo, sembrerebbe, mentre si sono indeboliti gli apparati che, in prima linea, contrastano la mafia come la magistratura. Sappiamo quanta carta igienica ha acquistato un contribuente ma non siamo in grado di rintracciare questi enormi flussi di denaro mafioso che ogni giorno ci passano tra le mani. La tensione si è allentata con il finire delle bombe, così, le mafie indisturbate, hanno conquistato le alte sfere dell’economia mondiale. Ciò che più ci fa rabbia è sapere che chi vorrebbe denunciare i propri aguzzini si rassegna per la precarietà della giustizia, per la mancanza di una pena certa. È dagli anni 30 che le mafie, soprattutto l’ndrangheta controllano il nord di Italia, dal Piemonte alla Lombardia, alla Liguria e via discorrendo. La stessa Roma è di loro proprietà. Lo sanno bene i cittadini come i piccoli funzionari di Stato che nulla o poco possono. «Nel nord la mafia è ben nota sia ai cittadini sia ai piccoli imprenditori che, per un motivo o per un altro, si vedono sbaragliare negli appalti pubblici, – racconta il presidente Paccagnella di Federcontribuenti -, gli intrecci delle organizzazioni mafiose con pezzi di mondo politico e colletti bianchi è qualcosa che senti nell’aria, un olezzo insopportabile ». Guardare ad esempio un Riina che si confessa andreottiano e poi relegare l’inchiesta sulla trattativa tra Stato e Mafia a gossip da spiaggia, questo fa male. Il veicolo di penetrazione delle mafie nei territori è la collusione attraverso la canalizzazione di voti di preferenza verso un candidato; ad esempio, nell’hinterland lombardo non occorrono migliaia di voti, ne bastano una manciata. Il gruppo criminale più presente e radicato sul territorio del nord è calabrese. Nel corso degli anni la ‘ndrangheta si è inserita nel tessuto sociale agendo in numerose attività legali. A destare maggiore allarme, in questo senso, è la loro presenza nelle gare d’appalto e la loro infiltrazione all’interno del mondo della politica, come hanno dimostrato gli scioglimenti dei comuni di Rivarolo e Leinì, ma anche la vicenda di Enrico Ceci e il Banco Desio. Lo sa bene chi in certe periferie delle grandi metropoli convive, porta a porta, con i boss e le loro famiglie. Ma soprattutto lo sa chi fa impresa, in particolare nei settori dell’edilizia, del movimento terra, dell’agro alimentare, dei trasporti. Basta chiedere ai lavoratori edili che quotidianamente popolano i cantieri delle nostre città o agli operatori che nottetempo brulicano nei grandi ortomercati. Sono loro testimoni dei quotidiani compromessi dei propri datori di lavoro con questi interlocutori. Loro sanno bene che i miliardi di euro che Dia, Dna, Eurispes denunciano ogni anno come “fatturato” delle mafie sono investiti ovunque intorno a noi. Sono nel negozio di alimentari sotto casa, sono nei muri del palazzo dove abitiamo, sono nei cantieri dei centri commerciali, come in quelli per la metro o l’autostrada o nella ricostruzione post terremoto: miliardi da ripulire attraverso l’accesso nei consigli di amministrazione. Pino Masciari: ” è da 40 anni che la mafia ha capito che doveva cambiare e da semplici pastori analfabeti si sono trasformati in manager del crimine, ormai girano in giacca e cravatta, defilati per non dare nell’occhio, non si sporcano le mani e dove c’è rischio, per esempio lo smistamento di stupefacenti, danno mandato ad altri per fare il lavoro sporco e loro raccolgono i profitti. La New economy mafiosa è un fenomeno che si sta replicando in Europa e a livello mondiale, cavalcando le logiche di mercato, le imprese mafiose sono infatti in grado di offrire alle imprese locali beni e servizi altamente allettanti perché consentono di aumentare i profitti e di ridurre i costi di produzione praticando di fatto il dumping ”. Per contrastare il sistema mafioso, dicono all’unisono Paccagnella e Masciari, si deve:

” combattere la corruzione in primis, decidendosi finalmente a varare le leggi anti corruzione che attendiamo da anni, si vincerebbe così la paura che ha la gente di parlare, di denunciare perché non si sente protetta da uno Stato che ha al suo interno collusi e mafiosi. La presenza di Paesi off shore è da considerarsi come la culla per proteggere i profitti mafiosi e qui si deve intervenire con mano ferma, fermissima, Tutte le volte in cui gli eredi di un affiliato o di un favoreggiatore hanno la possibilità di godere indisturbati del patrimonio del defunto mafioso grazie a imperfezioni della legislazione, abilità degli avvocati o inefficienza della macchina burocratica lo Stato ha perso e la mafia ha vinto. Il riciclaggio è il più insidioso nemico della corretta competizione economica. Senza libertà economica non c’è democrazia e si alimenta la compravendita di voti. Un governo che legifera in rappresentanza di un voto scambiato è una vergogna. Questo per cominciare a parlare di vera lotta alla mafia ”.

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