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Lo Stato politico si è divorato lo Stato sociale.

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welfare

Welfare, riforma della Legge elettorale e del Governo centrale. Le idee di Federcontribuenti per aggiustare la rotta di un Paese massacrato. Una volta c’era il welfare a garantire il mantenimento del benessere dei cittadini. Il lavoro non mancava, le famiglie si sentivano protette dallo Stato. E adesso? Lo Stato politico si è divorato lo Stato sociale. Il welfare aveva come compito di assicurare un tenore di vita minimo a tutti i cittadini e congruo con il costo della vita, per dare sicurezza agli individui e alle famiglie, per consentire a tutti di lavorare e di vivere del proprio lavoro.

 

« Altro che welfare, – dice il presidente Paccagnella -, nel Documento di programmazione Economica e Finanziaria le entrate tributarie sono previste in aumento! Nel 2014, 479 miliardi, nel 2015, 490 miliardi e nel 2016, 502 miliardi. Significa che il cuneo fiscale aumenterà, le imprese continueranno a chiudere, i cittadini avranno sempre meno potere di acquisto e l’occupazione avrà un tale peso da destabilizzare il Paese». L’aumento sistematico delle tasse non favorisce la crescita occupazionale, non tutela le famiglie, non migliora i servizi pubblici, non migliora nemmeno la situazione economica del Paese e allora? «I nostri megalomani leader di partito hanno smesso da tempo di occuparsi di governare, loro sono l’espressione di un potere occulto, sono plastilina tra le mani di abili manovratori e modellatori. Il cittadino, che resta un potere inespresso, ha la possibilità di modificare questo stato di cose. Il primo dovere è ridare forza e serenità alle famiglie, ricostruire il tessuto lavorativo partendo dal rivedere il contratto nazionale del lavoro, rimodulare l’intera politica economica e fiscale. Certo, per far questo dobbiamo riprenderci le funzioni dello Stato». Secondo la Federcontribuenti, questo fare anarchico dei partiti al governo ha, nel tempo, ridotto considerevolmente la capacità redistributiva, provocando una massiccia espansione della spesa pubblica che ha distrutto gli equilibri finanziari del sistema, creando problemi al contenimento dell’inflazione e della disoccupazione. «I burocrati chiamati a fornire i servizi sociali si sono dimostrati inefficienti e hanno anteposto platealmente e senza temere controlli o richiami, i propri interessi a quelli dei cittadini. Dobbiamo e possiamo intervenire a partire dalla riforma della legge elettorale». Chi lo dice che una legge elettorale deve tener conto della governabilità di un Paese? La democrazia non è mai salda quando a governare c’è solo un grande partito di maggioranza e non è salda se si è costretti a coalizioni non volute dai cittadini. Le elezioni rinsaldano la democrazia quando alla Camera troviamo gli eletti dal popolo e non gli eletti a rappresentanza di un partito. Lo stesso concetto di partito politico ha dimostrato nel corso delle due Repubbliche il suo lato diabolico. Quindi la riforma della legge elettorale per un concetto puramente liberale e democratico non la possono fare i leader di partito in quanto gli stessi non terranno mai, per coerenza e interesse, in considerazione l’espressione di voto libero. Inoltre avremo un governo eletto in uno Stato democratico quando si ridaranno poteri e compiti al Parlamento.  Va eliminato il voto di fiducia, escamotage usato per far approvare ogni sorta di nefandezza. «Noi siamo per il sistema proporzionale, il più adatto ad assicurare la libera espressione del cittadino. I grandi partiti temono questo sistema perchè garantisce l’accesso ai partiti minori e quindi si nascondono dietro il rischio di instabilità governativa. Non è democrazia permettere a qualunque cittadino di entrare al Parlamento? Per evitare che le minoranze elette possano minare il buon funzionamento del governo basta mettere in atto la Riforma del Governo Centrale che siamo pronti a lanciare. Inoltre va eliminato il premio di maggioranza (bonus). Tale sistema costringe i partiti a coalizzarsi fin da prima delle elezioni come accade col maggioritario. Eliminata ogni tipo di coalizione tra partiti. Lo sbarramento, la percentuale minima di voti per accedere al Parlamento, viene fissato al 3% e durante il mandato nessun eletto deve cambiare seggio creando squilibri sospetti».

 

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