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Micro imprese, marchi globali: 2.700 mila nuovi disoccupati al mese per salvarne qualche migliaio per sempre

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TasseMassimo rispetto per chi si trova a passar le notti e i giorni all’aperto per difendere il proprio posto di lavoro, ma, accontentarsi e adeguarsi significa alimentare sistemi meschini. L’Electrolux, nonostante l’aumento di fatturato dal 2001 al 2012 sia stato di 2 miliardi di euro e le assunzioni nel mondo incrementate di 6.000 unità, strappa al vile governo italiano la promessa di un aiuto seppur mascherato. In Italia l’azienda ha circa 5.700 impiegati, varrà la pena di darsi tanto disturbo? I dipendenti italiani sono degli ostaggi, usati per ricattare il nostro governo, ora siamo in attesa del ricatto della banca Intesa che chiederà una legge che comprenda l’anatocismolegale per non licenziare 6000 dipendenti e probabilmente il governo si inchinerà alla richiesta!

Ogni mese in Italia oltre 2.700 nuovi disoccupati, il numero si estrapola dal conteggio delle serrande che ogni giorno si abbassano per sempre e il recente passato ha dimostrato come sia inutile dar fondo alle casse pubbliche per mantenere in Italia grandi aziende con scarsa propensione alla gratitudine. L’Electrolux ha 61 mila dipendenti sparsi nel mondo con un fatturato pari a 13 miliardi di euro, tutto è tranne un marchio in crisi: che ci si voglia approfittare della nostra desolante situazione politica?

L’economia mondiale ruota intorno ai marchi e tanto più questi sono scatole con all’interno infiniti sotto marchi tanto più il loro pugno sul tavolo fa tremare i presenti.

Quali strumenti ha oggi un piccolo imprenditore e quali invece un marchio globale?

Un grande marchio, una società per azioni, oltre ad aver potuto contare in passato su importanti aiuti di Stato, gode di corsie preferenziali negli appalti, nelle banche, disloca senza grandi disagi contando su una assistenza politica e professionale di alto livello fino a poter emettere obbligazioni per estinguere debiti, insomma, sa a quale porta bussare. Il piccolo imprenditore non ha aiuti di nessun genere, nessun fondo al quale attingere. Il 79% dei piccoli imprenditori non partecipa agli appalti pubblici, non ottiene credito e non ha strumenti per estinguere il debito. Per il presidente di Federcontribuenti, Paccagnella, «bisogna comprendere l’incongruenza politica e raddrizzare la rotta. Non possiamo indignarci per fabbriche che seppur note offrono in termini di occupazione una percentuale irrisoria e dimenticarsi dei 2.700 nuovi disoccupati al mese».

Cambiare tendenza significa spostare l’attenzione da questi marchi globali alle nostre micro imprese, permettere la nascita di nuovi marchi e fabbricanti di macchine, elettrodomestici e via discorrendo. Nutrire nuovi imprenditori, incentivare concretamente il settore del manifatturiero, puntare sull’export. «Se giriamo per l’Italia troviamo tantissimi capannoni inutilizzati ed abbandonati, ricoveri per il degrado sociale, cominciamo a riqualificare queste ex aree industriali e diamoli in gestione a chi ha intenzione di metter su una fabbrica, per 5 anni a fisco zero, eliminiamo la burocrazia, apriamogli le porte del mercato internazionale poi, se risultati ci saranno, le casse dello Stato avranno trovato una nuova fonte». Il cuneo fiscale, la burocrazia, la scarsa attenzione politica nei confronti delle micro imprese nel tempo hanno costituito dighe capaci di prosciugare la nostra capacità produttiva. «I fondi, – conclude Paccagnella -, possiamo inizialmente attingerli dal Cipe, pensate che sul suo libro paga troviamo da anni le stesse grandi aziende per le stesse grandi, costose e inutili opere, 239 miliardi di euro in circa 2 anni». La Lione, il ponte sullo Stretto, gallerie e nuovi raccordi oggi non sono la priorità, i dettami europei non lo sono: oggi la priorità è tornare a produrre in Italia creando occupazione e liberandoci dal potere dei marchi globali. 

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