Disparità fiscale

Nel biennio 2018 – 2020 i contribuenti italiani dovranno pagare all’erario 60 miliardi in più.

Niente flat tax e reddito di cittadinanza perchè il Documento di economia e finanza con cui si programma l’economia e la finanza pubblica e che interessa tutti i cittadini è in scadenza. Una patata bollente finita nelle mani dei vincitori delle elezioni che dovranno gestire i 30 miliardi in più di tasse oltre ad altri balzelli per un totale di 60 miliardi di euro. Federcontribuenti: ”non ci sarà spazio per una aliquota piatta o per un reddito di cittadinanza, dovranno essere bravi a non far ricadere sulle fasce più a rischio questa nuova ondata di carico fiscale”. Non basterà posticipare il DEF.

”Il nuovo governo dovrà trovare almeno 12 miliardi di euro per scongiurare l’atteso aumento IVA e non basterà tagliare gli stipendi degli onorevoli come vorrebbero; quindi la flat tax, il reddito di cittadinanza e l’eliminazione della Legge Fornero non hanno possibilità di esistere al momento”.

Questo anno il gettito tributario salirà di 11,7 miliardi e la macchina burocratica ci costerà 100 miliardi tondi tondi di cui 91,7 miliardi sono necessari per l’attività interna dei ministeri con portafoglio. Il costo totale per mantenere lo Stato previsto è pari a 539,1 miliardi per il 2018 dove la maggiore incidenza è data dal costo del personale pari all’86% del totale. Una macchina costosa e complessa che ha già subito un taglio pari a 30 miliardi utilizzati, dai Governi Renzi e Gentiloni, per coprire le misure messe in campo per contrastare la povertà. ”E questa è una delle incognite con cui dovrà fare i conti il prossimo Governo, che sarà chiamato a decidere anche le sorti della nuova fase di spending review su cui punterà i riflettori Bruxelles, dove partirà la richiesta di correzione che ci metterà con le spalle al muro”.

La spending review.

”Il nuovo governo potrà reperire i fondi per attuare le proprie manovre finanziare – rubando ai ricchi -. Se riuscissero ad approvare una legge che ponga un limite al tetto degli stipendi negli apparati pubblici, un taglio alle pensioni che superano le 4 mila euro mensili, un taglio agli stipendi degli onorevoli e dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale – tutte queste manovre insieme – potrebbero tagliare subito un quarto di debito pubblico e fermare le nuove tasse per tutto il 2018 e per il 2019 attuare quelle manovre per cui sono stati eletti, cioè la flat tax e il reddito di cittadinanza”. Ma come è possibile?

Il debito pubblico pesa per 40 mila euro sulla testa di ogni cittadino, ma un dirigente pubblico ha uno stipendio che supera i 20 mila euro mensili, ”equiparare gli stipendi come le pensioni è il primo passo per una sana spending review e per un piano welfare concreto”.

Abbiamo circa 66 mila dirigenti pubblici che ci costano circa 19 miliardi di euro.

La retribuzione di un dirigente pubblico, dal magistrato all’amministratore delegato dell’azienda partecipata dal Tesoro potrebbe e dovrebbe essere stabilita dal proprietario, cioè dal governo.

”Con una legge coraggiosa ci troveremmo con un tesoretto calcolato in circa 35 miliardi di euro. Soldi che subito potrebbero essere impiegati per alzare le pensioni sotto le 700 euro, imporre per legge un salario minimo valevole per tutti e infine pian piano attuare le misure per incentivare l’occupazione, abbassare le tasse per gli artigiani e pensare di ricostruire un futuro solido e sereno per i nostri giovani”. Tra l’altro spendiamo 3 miliardi tra Cnel – da solo un miliardo – , Regioni, Camera e Senato e il Quirinale.