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Partite Iva alla cassa entro il 16 settembre: o nuovo consolidamento debiti o marea di chiusure

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Circa 3 mila euro solo se si tratta delle due rate INPS ed INAIL sospese a seguito del lockdown, però il 65% delle P. Iva aveva in corso, prima dello scoppio della pandemia, debiti fiscali rateizzati che ora si sommano ai tributi sospesi. I tributi sospesi si devono pagare entro il 16 settembre, i debiti rateizzati entro il 12 dicembre o si perde il beneficio della rateizzazione. Per loro un monte debiti pari a circa 6 mila euro di solo INPS ed INAIL. Federcontribuenti: ” i danni dei bonus dati a pioggia senza procedere per distinzione di capacità reddituale e per codice attività li vedremo a partire dal prossimo 16 settembre mentre a fine dicembre conteremo le partite Iva chiuse per fallimento generato da una condotta politica non in grado di leggere la realtà economica del Paese”. ”Queste P. Iva devono poter chiedere, sulla base di un nuovo estratto di ruolo, un nuovo consolidamento debiti che risponda alla reale capacità di pagamento di ogni contribuente”.

Le modalità di pagamento finora concesse superano la capacità reddituali di più della metà delle attuali P. IVA; è possibile effettuare i versamenti, senza applicazione di sanzioni e interessi, in ragione del 50% delle somme oggetto di sospensione, in un’unica soluzione entro il 16 settembre 2020, o, suddividere il 50% del saldo in 4 rate da pagare la prima entro il prossimo 16 settembre e la quarta entro il prossimo 16 dicembre, il restante 50% si potrà rateizzare fino a 24 rate con la prima rata da pagare entro da pagare entro il 16 gennaio 2021 (Art. 97, del D.L. n. 104/2020). A dicembre si deve pagare il saldo a stralcio della rottamazione ter: ”Basta una rata non pagata delle tasse sospese o dei debiti rateizzati per non ottenere il DURC e quindi proibire di fatto di lavorare e riscuotere”.

Il reddito medio d’impresa o di lavoro autonomo calcolato con gli ISA 2018 è pari a 33.200 euro per le persone fisiche e sono il 72,9% di tutte le P. IVA; 45.000 euro per le società di persone, il 3,6 delle P. IVA; 35.200 euro per le società di capitali ed enti, il 21,4% delle P. IVA. ”Il reddito medio dichiarato dal totale dei contribuenti si attesta a 35.735 euro. Significa che il Fisco conosce perfettamente il reddito medio delle P. Iva e pertanto dovrebbe sapere che le sue pretese sono incostituzionalmente al di sopra della capacità reddituale!”.

Il reddito medio per macrosettori specifica ancor meglio la situazione: il reddito medio dichiarato

nel settore dei professionisti è pari a 53.000 euro; seguito dalle manifatture 43.000 euro; servizi 31.300 euro; dal settore del commercio 25.100; agricoltura 6.300 euro.

Queste P. Iva sono state in ogni modo spiate e poste sotto controllo tant’è vero che nel periodo d’imposta 2018, gli Indici Sintetici di Affidabilità Fiscale (ISA), che sostituiscono definitivamente gli studi di settore e che rappresentano i nuovi indicatori statistici introdotti dall’Agenzia delle Entrate per valutare l’affidabilità fiscale di imprese e lavoratori autonomi su una scala da 1 a 10, hanno registrato una affidabilità pari a 8 per 1.256.432 P. Iva. Tra le 822.463 persone fisiche che hanno raggiunto un ISA almeno pari a 8, il 79,5% ha ricavi o compensi dichiarati oltre 30.000 euro, mentre il 20,5% inferiori a tale soglia.

Questi dati che sono in possesso anche del governo denunciano come non solo i bonus dati a pioggia non hanno consentito di sostenere chi realmente ne aveva bisogno, finendo così in mani ingorde, ma dimostrano anche che il governo, a caccia di denaro fresco, non tiene per nulla conto che: la pretesa fiscale supera la capacità contributiva di tre P.Iva su cinque; nonostante bonus e detrazioni il carico fiscale continua ad opprimere solo commercianti e artigiani; abbiamo disperso denaro pubblico senza criterio.

Visto che il Parlamento è diventato ormai luogo ludico e non impegnato a discutere i reali bisogni di chi è chiamato a sostenere economicamente il Paese, ”chiediamo con urgenza un nuovo DPCM che sospenda le prossime scadenze fiscali per gli autonomi con reddito inferiore ai 30 mila euro annui e che preveda un percorso di rientro in linea con la capacità reddituale e che liberalizzi per questa categoria il DURC, senza il quale questi lavoratori non possono né lavorare e né riscuotere”. Si resta in attesa della riforma dell’anagrafe tributaria: ”struttura primitiva che uccide gli onesti e regala immunità agli evasori fiscali”.

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