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Vetro Murano, tra contraffazione e concorrenza sleale è un’arte in estinzione

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L’ingordigia, la superficialità, la mancanza di rispetto rischiano di distruggere l’arte veneziana per antonomasia con alle spalle oltre 16 secoli di storia di successi. Il Vetro di Murano, conosciuto e apprezzato in ogni parte del mondo tra decadenza, fisco ingrato, concorrenza sleale e contraffazione, è a rischio estinzione. Fino a 20 anni fa sull’isola di Murano, dove questa arte artigiana nasce e diventa famosa già in epoca pre romana, contava 5 mila impiegati, oggi resistono in poco più di 2 mila unità. Vecchi vetrai che hanno dovuto chiudere la fabbrica, qualcuno in fabbrica ci è andato a vivere perchè ha avuto la casa pignorata dai debiti con il fisco. Sotto accusa non solo l’inammissibile carico fiscale, soprattutto contributivo, che ha gravato massicciamente su questa terribile fine, ma anche la spietata concorrenza sleale e la contraffazione.

Il presidente di Federcontribuenti, Paccagnella, è andato dai vetrai, ha ascoltato le loro storie, la loro rabbia, è andato a verificare nei più grandi centri grossisti cinesi come il falso vetro murano venga venduto a prezzi stracciati, acquistato da italiani che poi appongono il marchio di Vetro di Murano e rivenduto come tale a prezzi concorrenziali nei loro negozi. Non possiamo puntare il dito contro la Cina, dobbiamo invece richiamare l’attenzione di questi italiani che stanno lucrando sulle spalle dei propri connazionali mettendo a rischio un marchio italiano rinomato nel mondo. Anche la politica fa poco, troppo poco, anzi niente per proteggere e tutelare i nostri mastri vetrai, la loro arte, che rischia di scomparire per sempre. Un vetro richiestissimo all’estero, soprattutto in Oriente, un mercato che rischia di cadere nelle mani sbagliate.

 

Di seguito qualche dato sul carico fiscale sostenuto dagli artigiani. L’Italia ma, soprattutto gli italiani devono decidere da che parte stare, se difendere la propria identità o se lasciarsi ingurgidare da un sistema predatorio.

La pressione fiscale sulle imprese italiane è superiore al 68%, rispetto alla media Ue le nostre aziende registrano un carico di tasse e contributi pari a 24,4 punti in più. 39,4 punti in più rispetto le aziende canadesi e i 31,3 in più rispetto alle inglesi. Scendiamo a 20,4 quando ci confrontiamo con la media tedesca, ed anche se è stata introdotta l’Ace ed è stato alleggerita l’Irap, con l’introduzione dell’Imu, il ritocco all’insù delle addizionali regionali Irpef, l’aumento delle accise sui carburanti e l’incremento dell’Iva, l’Italia rischia di ritrovarsi con un carico fiscale da record nel mondo.

 

L’acconto IRES costerà alle imprese 16,9 miliardi di euro; l’IRAP, 11,6 miliardi; la seconda rata IMU 4,4 miliardi di euro; gli acconti IRPEF 4,8 miliardi di euro. A fine anno ci sarà poi la nuova TARES, il tributo ambientale di cui i Comuni devono ancora definire il numero di rateazioni.

 

Le imprese fino ai 10 addetti hanno subito un aggravio fiscale che oscilla tra i 270 e i 1.000 euro. Un nuovo record negativo che va a colpire il 95% delle imprese italiane che, a esclusione dei lavoratori del pubblico impiego, danno lavoro al 47,2% degli addetti, producono il 31,4% del Pil e il 7% dell’export nazionale. “Gli aumenti di tassazione registrati negli ultimi anni sono da attribuire, in particolar modo, all’aumento dei contributi previdenziali in capo ai lavoratori autonomi, all’introduzione dell’Imu e della Tares”. Analizziamo una serie di casi indicativi della situazione di queste imprese. Un artigiano che lavora da solo e con un reddito annuo di 35.000 euro, con una pressione fiscale che nel 2013 si è attestata al 53%, ha pagato 319 euro in più rispetto al 2012. Complessivamente, ha versato allo Stato e agli Enti locali 18.564 euro. Anche per l’anno in corso le tasse sono destinate ad aumentare: nel 2014 pagherà 154 euro in più e, rispetto al 2011 (ultimo anno di applicazione dell’Ici), l’aggravio sarà di ben 1.216 euro.

Un commerciante senza dipendenti con un reddito annuo di 30.000 euro, con una pressione fiscale che l’anno scorso ha quasi raggiunto la soglia del 53%, ha versato 329 euro in più rispetto al 2012. Tra tasse, imposte e contributi ha pagato complessivamente 15.882 euro. Nel 2014 il peso fiscale è destinato ad aumentare di altri 184 euro.

Oltre il 70% degli artigiani e dei commercianti presenti nel nostro Paese lavora da solo.

Per un impresa artigiana composta da 2 soci e 5 dipendenti con reddito annuo di 80.000 euro, nel 2013 il peso fiscale ha sfiorato il 59% e l’aggravio subito rispetto all’anno precedente è stato di 273 euro. Complessivamente, il carico di tasse e imposte versate è stato pari a 46.882 euro. Nel 2014 ci sarà un ulteriore incremento di 423 euro. Se il confronto viene fatto tra il 2014 e il 2011, l’inasprimento sarà di 1.191 euro.

Una piccola impresa con 2 soci e 10 dipendenti con reddito di 100.000 euro al lordo dei compensi degli amministratori pari a 60.000 euro, nel 2013 ha subito una pressione fiscale pari al 63,4%. Rispetto al 2012 ha pagato 1.022 euro in più, mentre quest’anno il conto salirà di altri 285 euro. L’ammontare delle tasse e dei contributi versati nel 2013 è stato pari a 63.424 euro circa. Tra il 2014 e il 2011, l’inasprimento sarà pari a 2.016 euro.

Per il Presidente di Federcontribuenti, Paccagnella, ” l’alibi del continuare ad usare le entrate fiscali per abbassare il debito pubblico non regge più. Se per salvare la nostra economia dobbiamo entrare in collisione con l’UE, si proceda quanto prima. A questo punto è questione di dovere morale.

 

 

 

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