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Discriminatorio taglio stipendi a manager pubblici ma non lasciare a secco gli italiani

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Era stato previsto che ai dipendenti pubblici che guadagnano più di 90 mila euro l’anno, dovevavo subire una decurtazione pari al 5%; decurtazione che saliva al 10% per coloro che superano i 150 mila euro.
Secondo la Consulta, si tratta di un effetto discriminatorio che viola i principi di eguaglianza previstid all’articolo 3 della Costituzione. È ben più discriminatoria la norma che blocca gli aumenti degli stipendi degli impiegati statali, quelli da 1200 euro al mese sempre dal 2010 al 2014.

 

Con questi presupposti il pareggio di bilancio è impossibile. Una scusa ditero la quale sfruttare, mortificare, una intera popolazione solo per mantere un gruppo di potere. Come nelle spire dell’usura, i debiti e gli interessi, stanno divorando il capitale e il rischio di fallire o diventare in tutto e per tutto una colonia europea si fa sempre più concreto. Così, assistiamo ad una Francia che vara misure urgenti di aiuto ai redditi bassi e alle famiglie, aumentando le tasse alla classe agiata. Ad una Germania che altrettanto con urgenza vara misure di alleggerimento fiscale alle neo imprese e all’Irlanda, la quale addirittura, regala tre anni a fisco zero per la costituzione di nuove società. Da noi invece, scende l’Irpef e sale l’Iva. Davanti ad un risparmio mensile di circa 15 euro ci sarà un aggravio sempre mensile di circa 40 euro. Siamo impiena Crociata fiscale. I 40 euro in più che le famiglie si troveranno a pagare mensilmente sono la conseguenza dell’aumento dell’Iva: un aumento che paralizza lo scudo fragile del taglio Irpef. L’Iva farà aumentare le utenze domestiche, i prodotti di primo, secondo e terzo consumo: le autostrade, i servizi pubblici, i farmaci, il caffè al bar ed ogni altro prodotto. Il governo è in cerca di soldi e non di stabilità economica. Ci si attendeva da un governo tecnico misure altrettanto tecniche, efficaci, matematiche. Basta comprendere una equazione semplicissima: caro vita galoppante + carico fiscale = chiusura imprese, disoccupazione, crollo dei consumi, default.

Gli enti pubblici hanno, nel tempo, lapidato la Nazione rendendola invivibile dal punto di vista economico ed imprenditoriale. Gran parte del denaro dei contribuenti serve a mantenere costosi e inutili palazzi. Si chiede a gran voce una riforma: lo Stato non deve avere più enti da mantenere. Privatizzazione e liberalizzazione in tutti i settori, compresi l’Inps, l’Inail, la sanità. Togliere circa la metà del carico fiscale, permettere ai cittadini la possibilità di scegliersi come e a chi pagare i contributi, la sicurezza sul lavoro, la sanità. Allo Stato e quindi al governo, deve restare il solo compito di garantire attraverso norme e decreti legge il rispetto della legalità, diritti e tutela ai suoi cittadini, pari diritti e opportunità e non più occuparsi di far cassa e decidere come dissolvere il patrimonio. Tuttavia le stranezze sono ben altre e ben più gravi. Ricordiamo come da noi, per politici e manager pubblici sia facile violare il codice penale, non assoggetarsi alle sentenze.

Ad esempio il caso dell’Iva sulla Tia, al di la di una chiara sentenza del 2009 si è continuato a truffare i contribuenti e laddove c’è l’obbligo del rimborso viene negato.

Oppure l’emblematico caso della Corte Costituzionale che boccia la Corte dei Conti sul taglio agli stipendi dei manager. Ci si chiede, a questo punto, cosa sia legale in Italia, cosa sia Costituzionale, cosa sia etico.

Era stato previsto che ai dipendenti pubblici che guadagnano più di 90 mila euro l’anno, dovevavo subire una decurtazione pari al 5%; decurtazione che saliva al 10% per coloro che superano i 150 mila euro.
Secondo la Consulta, si tratta di un effetto discriminatorio che viola i principi di eguaglianza previstid all’articolo 3 della Costituzione. È ben più discriminatoria la norma che blocca gli aumenti degli stipendi degli impiegati statali, quelli da 1200 euro al mese sempre dal 2010 al 2014.

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