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Jobs Act: una chiacchiera inutile

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jobs actAbbiamo più burocrati che lavoratori; i singoli ministeri hanno perduto la loro funzione primaria, i senatori e i deputati passano troppo tempo ad inventarsi complotti e strategie napoleoniche: il contratto di lavoro diventa la distrazione eccezionale. Sapete quanti tacchi al giorno deve riparare un calzolaio per non abbassare la serranda? Quanta lattuga deve vendere un contadino per mantenere i suoi aiutanti? Quanto pane un panettiere e via così discorrendo? La riforma sul lavoro, jobs act, come ama chiamarlo questo coloratissimo governo, manca di concretezza. Niente cambierà in termini di occupazione, la staticità è la parola d’ordine.  

Il 36% degli italiani vive con un reddito definito scarso, cioè, non tale da mantenere una famiglia di 4 persone. Il 12% degli italiani vive con un reddito insufficiente, con meno di 9 mila euro l’anno. Il 17% vive con un reddito appena sufficiente. Abbiamo mezza popolazione in piena sofferenza, l’altra metà, va da una popolazione benestante all’assoluta ricchezza.

Il ministro dello sviluppo economico dovrebbe occuparsi di trovare commesse o accordi di produzione con i paesi esteri tali da ripopolare il nostro tessuto industriale. Senza commesse parlare di ripresa occupazionale è impossibile.

La cassa integrazione è un fardello economico insopportabile e non aiuta il rilancio dell’economia.

La crisi economica non c’è più, è rimasta l’inadempienza politica, l’ingordigia, un concentrato di speculazione. Se diamo uno sguardo all’economia mondiale sono solo i paesi come il nostro, manifatturieri, a morire di fame. L’Italia ha nei suoi punti di forza la produzione. Pensiamo al boom economico italiano, in quel tempo tutte le nostre eccellenze erano a pieno regime: oggi abbiamo un Pil in picchiata e un tessuto industriale all’osso. Cosa ne è stato della nostra industria siderurgica; aeronautica; meccanica; metalmeccanica; automobilistica; petrolchimica; navale; elettrodomestica, informatica; tessile; calzaturifici; alimentare. Siamo passati da poche grandi industrie e tante piccole fabbriche, le vere motrici del nostro andato benessere, a poche aziende che producono altrove. Il risultato è la morte del lavoro, dell’occupazione, suicidio dei redditi. Dove è quella politica industriale e fiscale che vuole al centro la struttura produttiva?

Cambiare tendenza significa cambiare le regole letali che hanno massacrato chi produceva un bene o un servizio. Occorre ripopolare e ricreare le attività lavorative sepolte; fare piazza pulita degli speculatori e degli abusivi, come le aziende tessili cinesi in Italia. Ogni altro intervento politico ci appare privo di ogni logica o utilità.

Del resto, ricordiamo, anche in Italia abbiamo zone dove la manodopera viene pagata quanto nei Paesi dell’Est o a Taiwan o nelle Filippine, basta farsi un giro nell’entroterra per trovare vere fabbriche di schiavi.

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