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Jobs Act. Quando è la politica a boicottare il lavoro

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Consulente del lavoro, sulla formazione, sulla sicurezza, consulente legale; fiscalista, commercialista, sindacati, banche, Agenzia delle Entrate e infine con la PA: con quanta gente ha a che fare un imprenditore oggi? Ci risponde la dott.ssa Bizzarri, esperta in materia per conto di Federcontribuenti.

”Il problema del costo del lavoro e della disoccupazione non si risolve con le modifiche all’art. 18, tantomeno con il riconoscimento dell’esonero contributivo. Con l’entrata in vigore del Jobs Act si è soppresso, dal 1° gennaio 2015, un beneficio contributivo che per anni ha agevolato le assunzioni: gli art. 8 e 9 della Legge n. 409/90. Un baluardo storico per quanto concerne gli sgravi contributivi.

Tale norma, in vigore dal 1991, riguardava lo sgravio contributivo per l’assunzione di soggetti disoccupati di lunga durata (24 mesi). Lo sconto risultava essere del 50% per 36 mesi, incrementato al 100% nel Mezzogiorno e a favore delle imprese artigiane e a differenza dell’esonero inserito con il Jobs Act, si riferiva all’intero ammontare contributivo e non aveva soglia massima. Confrontando questa vecchia agevolazione con il nuovo sgravio risulta più vantaggiosa la vecchia rispetto alla nuova e diventa difficile capire il senso di questa manovra”. Si continua erroneamente a credere che la rigidità del diritto del lavoro costituisca un ostacolo alla creazione dell’occupazione quando è l’esatto contrario. Il lavoratore ha bisogno di certezze sul reddito, mentre il datore di lavoro deve poter disporre di mezzi e strumenti idonei a mantenere i posti di lavoro. ”Le richieste riguardano delucidazioni e soluzioni al fine di poter abbattere i costi del lavoro e come poter sfruttare al meglio quanto introdotto con il Jobs Act”. ”La BCE, con l’operazione TLTRO, dal settembre a marzo di quest’anno ha erogato 94 miliardi di euro agli istituti di credito italiani, – interviene il presidente Paccagnella -, le banche erano obbligate a “riversare” questi soldi sull’economia entro la fine del 2016. Come mai le imprese hanno visto scendere l’ammontare dei prestiti di circa 10 miliardi?”.

Il grosso dramma rimane la mancanza di liquidità unita ad una crescente difficoltà a restare in pari con le richieste fiscali che si unisce all’ottusità bancaria. Troppe pressioni a carico del piccolo imprenditore che lo distraggono dal vero scopo: lavorare e dare lavoro. ”In alcuni settori, – come quello edile -, abbiamo un costo del lavoro pari ad una volta e mezzo lo stipendio percepito dal lavoratore stesso, il 160% rispetto alla retribuzione netta spettante al lavoratore”. Non siamo concorrenziali né in casa nostra e né all’estero. Anche chi vorrebbe essere in regola ha grandi difficoltà nel rimanerci finendo con lo scendere a compromessi con la concorrenza sleale e con le richieste fiscali. ”Tutti i settori riguardanti il manifatturiero continuano a registrare perdite, la produzione resta impigliata nella rete politica perchè ne controlla i prezzi e le regole favorendo chi di fatto ha bloccato le nostre risorse in termini di materia prima e di maestranze”.

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