La storia di Laura. Quando una busta paga regolare non ti tutela. Costretta a rimborsare più della metà dello stipendio

Laura fa la commessa, inquadrata come apprendista a tempo indeterminato sulla busta paga legge 885,69 euro netti, ma può trattenerne solo 300 euro e così dopo aver cambiato l’assegno in banca il resto deve consegnarlo al titolare. Federcontribuenti: ”anche se andasse in porto la tracciabilità del salario nessuno vieterebbe ai datori di lavoro di obbligare il rimborso di metà stipendio”.

Infatti Laura viene da sempre pagata con assegno che cambia allo sportello bancario, ”300 le versa sul conto corrente e le restanti 580 euro deve ridarle al datore di lavoro, tutti i mesi. Se fosse pagata con il bonifico non cambierebbe nulla, sarebbe comunque costretta dal suo datore di lavoro a ridare più di mezzo stipendio ed è un atto vile e schifoso togliere soldi guadagnati onestamente”.

Non solo.

Il titolare ha detto alla commessa che deve licenziarsi perchè lui non vuole versare le 1.500 euro che permetterebbero alla commessa di accedere al sussidio per la disoccupazione. ”Insomma, in Italia per oltre 3 milioni di lavoratori funziona così – fa notare il presidente della Federcontribuenti, Marco Paccagnella -, ricatti su ricatti sotto il sole perchè tutti lo sanno, in primis i sindacati ma nessuno impugna la situazione risolvendola una volta per tutte”.

La norma che vorrebbe la tracciabilità del salario?

”Inutile, come abbiamo visto i datori di lavoro obbligano i lavoratori a consegnare oltre il 50% della paga e quando non voglio licenziare per non versare il dovuto, rendono la vita al lavoratore talmente insopportabile da costringerli a licenziarsi”.

Per non parlare delle ferie, dei giorni di malattia, gravidanza e maternità.

”Tutto riconosciuto da contratto, ma nell’atto pratico ben pochi lavoratori ricevono il pieno riconoscimento di queste voci. Anzi si viene indotti o costretti a firmare il proprio licenziamento quando ci si ammala per lunghi periodi, quando si decide di avere un figlio e le ferie? Se ti spettano 10 giorni te ne concedono 5 e così via”. In conclusione i contratti di lavoro anche quando regolari sono facilmente raggirabili.

Cosa fare?

”Nessuna norma metterebbe al sicuro le paghe e i diritti dei lavoratori fin quando questi sono ricattabili. Potremmo dire che occorre sollevare una rivolta, convincere i lavoratori ad una denuncia collettiva per mettere fine a questi ricatti e che lo Stato deve fare la sua parte per sostenerli e tutelarli colpendo duramente i datori di lavoro, grandi o piccoli che siano. Non esistono alternative, devono essere i lavoratori a tutelarsi e se l’Italia fosse un Paese funzionante i lavoratori potrebbero denunciare ai sindacati l’abuso e delegare al sindacato la denuncia verso il datore di lavoro. Ma i sindacati in Italia funzionano?’

Tra l’altro, la norma sulla tracciabilità dei pagamenti è in attesa di una convenzione che doveva esser scritta tra governo, banche, Confindustria e sindacati.

”I sindacati e la Confindustria invece di sottoscrivere convenzioni dovrebbero attivarsi su strada, tra i luoghi di lavoro raccogliendo le denunce dagli stessi lavoratori”.

Laura si è rivolta alla Federcontribuenti e sarà l’associazione ad occuparsi del caso, ”in questo caso abbiamo una busta paga regolare ma che non tutela la lavoratrice, questo la dice lunga sull’inutilità di tracciare i salari. Dobbiamo rompere gli indugi e i lavoratori devono poter segnalare a terzi l’abuso con la garanzia di una azione che li tuteli anche a denuncia fatta”.