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Scuola pubblica: la dispersione alimenta il business dei diplomi comprati

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scuolaIn Campania la dispersione scolastica non è alta solo tra i 18 e i 24 anni, il 35,2%, ma altissima è la dispersione anche nell’età dell’obbligo. La colpa? Non è certamente solo dei ragazzi o delle famiglie, vi sono percorsi scolastici accidentati, fatti di conflitti tra insegnanti e studenti, bocciature ripetute, entrate e uscite dai cicli formativi, che spesso cominciano sin dai primi anni di scuola, ma si manifestano in maniera più evidente durante le superiori. Se si guarda all’intero quinquennio, in Italia si ha una media del 26% di studenti che non arrivano alla maturità, con punte massime del 30,7% negli istituti tecnici. Il valore riferito al Mezzogiorno nell’insieme è nella media. Secondo un’indagine Ocse, in Italia il 21% dei quindicenni ha competenze solo minime nella lettura (ma al Sud il dato sale al 25,2% e nelle isole è pari al 30,2%), il 25% in matematica (il 31% al Sud e il 35,9% nelle isole) e il 20,6% in scienze (il 26,6% al Sud e il 31,5% nelle isole). Particolarmente critica la situazione in Calabria, dove i livelli di competenze sono anche inferiori rispetto a quelli dei coetanei meridionali. Siamo sicuri di parlare solo di ”ragazzi difficili”? A monte la drammatica situazione della scuola pubblica italiana: per le famiglie il costo del trasporto e dei libri di testo è diventato in molti casi insostenibile. Il 5% della dispersione scolastica è causata dall’impossibilità, quindi, di provvedere al mantenimento del proprio figlio in una scuola di II grado. Da tenere sotto controllo la situazione delle scuole e dei docenti: le strutture sono troppe poche, i ragazzi ammassati in aule anche con 30 alunni, per effetto delle diminuzione delle classi; gli insegnanti, sempre più precari, stanchi e frustrati dalla loro stessa cattiva condizione. Non si ha il tempo necessario per insegnare, per prendere per mano i ragazzi più distratti: la media è di massimo due interrogazioni a quadrimestre a ragazzo e quattro compiti scritti all’anno. Anche il rapporto tra insegnati e genitori si è fatto complicato: due o tre incontri annuali, con file lunghe anche un ora fuori l’aula ad insegnante. Certo, è possibile incontrare i professori durante l’ora di ricevimento, ma, quando si ha la possibilità di lavorare non sempre si riesce a conciliare tutti questi impegni. Un altro dato spaventoso: le classi prime, alle superiori, soprattutto nei licei, subiscono una iniziale discriminazione. I ragazzi usciti dalle medie con voti alti vengono visti diversamente, in questo modo, si instaura da subito e senza motivo, un clima ostile nei confronti dei ragazzi meno secchioni. In futuro andrà peggio se non si cambierà l’istruzione pubblica. Una scuola pubblica dovrebbe essere accogliente, democratica, supportata dallo Stato. I libri di testo, specie quelli non soggetti ad annuali aggiornamenti, dovrebbero essere gli stessi per non gravare sulle famiglie. I programmi scolastici più elastici e snelli. Il sistema della votazione, oggi inchiodato a criteri matematici e freddi, va umanizzato e diversificato. Una scuola più comunicativa e meno ostile. Gli insegnanti vanno valorizzati e per gli alunni e le loro famiglie va garantita maggiore tutela davanti a gravi abusi psicologici. Non solo bullismo da parte di vere baby gang, spesso gli insegnanti abusano del loro ruolo e potere. Di questo si potrebbe iniziare a parlare nei consigli di classe ad esempio: una scuola sana farebbe bene ai docenti e ai ragazzi. Se non cambieremo la nostra scuola e la nostra visione di diritto allo studio avremo sempre più laureati finti.

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