Roma, 29 aprile – L’Italia chiude l’anno con un deficit pari al 3,1% del PIL, superando la soglia del 3% prevista dalle regole europee. Un dato che, letto superficialmente, potrebbe apparire contenuto rispetto ad altri contesti internazionali, ma che assume un significato ben più pesante se osservato alla luce delle criticità strutturali che continuano a caratterizzare la gestione delle finanze pubbliche nel nostro Paese. È su questo punto che si concentra la presa di posizione di Federcontribuenti, che invita a spostare l’attenzione dal numero in sé alle dinamiche che lo hanno generato. Secondo l’associazione, lo sforamento non sarebbe il risultato di politiche di investimento capaci di produrre crescita e sviluppo, “bensì l’esito di un sistema che continua a disperdere risorse tra progetti mal gestiti, operazioni dai contorni poco trasparenti e costi che, inevitabilmente, finiscono per gravare sui cittadini”, scrive Federcontribuenti.
Tra i capitoli più controversi viene richiamato quello relativo a programmi e strutture realizzati all’estero, a partire dalla “Guantanamo italiana in Albania”, una metafora politica che richiama l’immaginario delle strutture detentive statunitensi per denunciare un’area di spesa opaca. Operazioni che, secondo stime e ricostruzioni giornalistiche, avrebbero già superato il miliardo di euro tra costi diretti e indiretti. Non meno emblematico è il caso delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, inizialmente presentate come un evento “a costo zero” per le casse pubbliche. Una promessa che, nel tempo, si è scontrata con una realtà ben diversa. I costi per l’organizzazione hanno già superato i due miliardi di euro, mentre le infrastrutture e le opere collegate sfiorano i cinque miliardi. Particolarmente simbolico è il caso della pista da bob di Cortina, il cui costo è lievitato dai 47 milioni iniziali a oltre 130 milioni, tra ritardi, varianti e interventi ancora incompleti. Per Federcontribuenti si tratta dell’ennesima dimostrazione di un modello in cui i grandi eventi finiscono per trasformarsi in moltiplicatori di spesa pubblica, senza garantire un ritorno proporzionato per la collettività.
Il punto politico, nella lettura dell’associazione, resta dunque chiaro: non è il 3,1% a rappresentare il vero problema, ma il modo in cui si arriva a quel risultato. In un Paese con un debito che supera il 137% del PIL, ogni spreco pesa il doppio e ogni scelta di spesa diventa cruciale. Lo sforamento del deficit diventa così qualcosa di più di un semplice dato contabile: è il segnale di un sistema che fatica a orientare le proprie risorse verso priorità reali come servizi, welfare e sviluppo. Da qui la richiesta di una discontinuità netta, fondata su maggiore trasparenza, revisione delle spese opache, riduzione degli sprechi e una gestione delle partecipate che risponda davvero all’interesse pubblico.
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