ROMA – Un piano strategico per sostenere le imprese, tutelare l’occupazione e restituire attrattività al sistema produttivo italiano. È la richiesta di Federcontribuenti, che segnala un crescente ricorso agli strumenti di gestione della crisi e avverte del rischio di nuove chiusure. A pesare, secondo l’associazione, sono i costi energetici, la pressione fiscale, la burocrazia e l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche.
Federcontribuenti richiama i dati dell’Osservatorio Unioncamere, dai quali emerge un aumento delle composizioni negoziate, dei concordati semplificati, degli accordi di ristrutturazione e delle liquidazioni coatte amministrative. Un quadro che, nella lettura dell’associazione, evidenzia le difficoltà delle aziende nel mantenere l’equilibrio economico e finanziario.
Sul fronte delle liquidazioni giudiziali, i dati riportati indicano la Lombardia al primo posto con 1.036 casi registrati fino a giugno, seguita dal Lazio con 844, dalla Campania con 478 e dalla Toscana con 417. Le criticità interessano anche Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna.
A essere coinvolte sono prevalentemente società di capitali attive nella distribuzione alimentare, nella manifattura e nelle costruzioni. Per queste ultime, Federcontribuenti richiama le difficoltà legate ai bonus edilizi. Ristorazione, attività ricettive, trasporti e logistica risentono invece, secondo l’associazione, anche dell’instabilità del mercato petrolifero.
«Quotidianamente assistiamo a vertenze e mobilitazioni per salvare i posti di lavoro in realtà strategiche come ILVA, BCS ed Electrolux», dichiara Stefano Vergani, direttore generale di Federcontribuenti. «Siamo di fronte a un trend allarmante di medie e grandi aziende, ma anche di filiali di multinazionali, che decidono di chiudere o smobilitare».
Per Vergani, la perdita di attrattività dell’Italia è legata all’assenza di una visione industriale di lungo periodo, agli elevati costi dell’energia, ai tempi della giustizia e a una pressione fiscale che scoraggia nuovi investimenti. A questi fattori si aggiungono le restrizioni commerciali e gli embarghi internazionali, che, nella valutazione dell’associazione, riducono gli sbocchi dell’export italiano.
Federcontribuenti richiama inoltre le stime dell’Outlook ABI-Cerved, che indicano un possibile aumento del tasso di deterioramento del credito alle imprese fino al 2,9% nel 2027. Una prospettiva che l’associazione considera un ulteriore segnale della pressione finanziaria sul sistema produttivo.
«I segnali che raccogliamo dal confronto diretto con le associazioni di categoria sono chiari: il rischio concreto è quello di un’ondata improvvisa di chiusure e cessazioni di attività», prosegue Vergani. «Molte aziende tentano di rimanere a galla affidandosi all’innovazione e alle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale, ma la sola tecnologia non può colmare i vuoti strategici delle politiche industriali».
Da qui l’appello a una politica capace di assumere decisioni responsabili e orientate al futuro del Paese, superando una prospettiva concentrata sulle scadenze elettorali. Per Federcontribuenti occorrono interventi concreti e una programmazione di lungo periodo, in grado di salvaguardare il tessuto economico e i posti di lavoro.
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