Dal lunedì nero cinese a oggi: i mercati reagiscono a come leggono le notizie, non alle notizie
Nell’agosto 2015 una decisione tecnica della banca centrale cinese fece perdere oltre mille punti al Dow Jones in pochi minuti. Undici anni dopo, in scala molto più piccola, lo stesso meccanismo si è visto questa settimana. Cosa possiamo imparare, senza fare previsioni.
dati aggiornati al 2 ottobre 2026
Agosto 2015: una mossa tecnica, una lettura diversa
Nel 2015 la Cina teneva il valore dello yuan, la sua moneta, quasi fisso rispetto al dollaro. L’economia però rallentava: le esportazioni calavano, la produzione industriale era più debole e le borse cinesi avevano già perso decine di punti percentuali dai massimi di giugno.
L’11 agosto la banca centrale cinese svalutò lo yuan di quasi il 2% in una sola giornata, il calo più forte in oltre vent’anni. Ufficialmente era un passo verso un cambio deciso dal mercato. Gli investitori, però, la lessero in un altro modo: se Pechino svaluta, vuol dire che l’economia va peggio di quanto dicono i dati.
Il lunedì nero
Nei giorni seguenti la borsa di Shanghai accelerò la discesa e il governo cinese vietò ai grandi azionisti di vendere. Non bastò. Lunedì 24 agosto 2015 Shanghai perse oltre l’8% in una seduta; l’ondata di vendite passò all’Asia, all’Europa e a New York, dove il Dow Jones perse oltre mille punti nei primi minuti, il calo in seduta più ampio registrato fino ad allora.
A peggiorare le cose contribuirono molti fondi con strategie automatiche, programmate per vendere quando le oscillazioni dei prezzi superano una certa soglia: ogni vendita faceva scendere i prezzi, e i prezzi più bassi facevano scattare altre vendite. Nei giorni successivi la banca centrale cinese tagliò i tassi e la Federal Reserve americana, che stava valutando il primo rialzo dopo anni di tassi a zero, lo rinviò citando l’incertezza globale. In poche settimane i mercati si stabilizzarono.
Ottobre 2026: lo stesso meccanismo, in scala ridotta
Questa settimana i mercati hanno mostrato, in scala molto più piccola, qualcosa di simile. Una settimana prima della pubblicazione dell’inflazione americana, i contratti che scommettono sui tassi (i cosiddetti future) davano il 71% di probabilità di un nuovo rialzo della Fed il 28 ottobre. Mercoledì 30 settembre è uscito il dato, più basso delle attese: 3,4% su base annua contro il 3,7% previsto. In poche ore la probabilità di rialzo è scesa intorno al 35%.
C’è un particolare che ricorda il 2015. Nello stesso dato l’ufficio statistico americano ha cambiato il modo di misurare i prezzi di alcuni servizi, come software, servizi legali e commissioni di gestione, riscrivendo cinque anni di serie. Una parte della sorpresa, quindi, l’ha fatta la statistica più che i prezzi. Una spiegazione tecnica, come nel 2015; ma il mercato ha reagito al segnale che ci leggeva dentro.
Venerdì 2 ottobre è arrivato il dato sul lavoro: 29.000 posti in più a settembre contro i 90.000 attesi, con la disoccupazione salita dal 4,1% al 4,2%. I rendimenti dei titoli di Stato americani sono scesi e i future indicano ora circa il 72% di probabilità che la Fed lasci i tassi invariati a ottobre. In meno di due settimane si è passati da una quasi certezza di rialzo a una probabilità prevalente di tassi fermi.
Le previsioni rincorrono il prezzo
Lo stesso accade con le previsioni sui prezzi. Il 30 settembre Citigroup ha alzato da 82.000 a 113.000 dollari il suo obiettivo a dodici mesi su Bitcoin, motivandolo con la ripresa degli afflussi nei fondi quotati. Il vecchio obiettivo coincideva più o meno con il minimo toccato lunedì; il nuovo è arrivato dopo il rialzo.
Non è una critica: un obiettivo a dodici mesi può rivelarsi giusto. Ma la dinamica è tipica, e le previsioni, quasi sempre, seguono il prezzo. Nello stesso giorno in cui la banca scriveva che gli afflussi erano ripartiti, quei fondi registravano la prima uscita dopo nove sedute di acquisti. Le criptovalute sono strumenti ad alto rischio, con possibile perdita di tutto il capitale investito.
Dai titoli di Stato arriva la tensione
Nel 2015 il contagio passò da yuan e azioni. Oggi il punto delicato sono le obbligazioni. Il rendimento dei titoli di Stato americani a trent’anni ha toccato il 5,67%, il livello più alto da oltre vent’anni; quello britannico a trent’anni ha superato il 6%, il massimo dal 1998. In Francia il titolo a dieci anni rende circa il 4,96% e la tensione è arrivata anche in Italia: il BTP a dieci anni è al 4,70% e lo spread rispetto al Bund tedesco è a 118 punti, il valore più alto da aprile 2025.
Non è il 2011: i livelli sono lontani e la Banca centrale europea oggi ha strumenti che allora non aveva. Ma i tassi alti non sono un fatto soltanto americano: sono il contesto in cui vengono prezzate tutte le attività, comprese quelle più rischiose.
Che cosa è diverso rispetto al 2015
Nel 2015 la Federal Reserve poteva rinviare il primo rialzo e dare ossigeno ai mercati. Oggi i tassi sono già alti e il margine di manovra delle banche centrali è, con ogni probabilità, più stretto: è una valutazione, non un dato. Le vendite automatiche, inoltre, pesano su una quota ancora più ampia degli scambi quotidiani.
Cinque lezioni per chi risparmia
1. Il mercato non reagisce ai fatti, ma a come li legge. La spiegazione ufficiale e il segnale percepito possono essere due cose diverse.
2. Quando il mercato è fragile, basta poco. Il lunedì nero non nasce da una svalutazione del 2%, ma da un mercato già indebolito.
3. Le previsioni, anche le più autorevoli, di solito seguono il prezzo.
4. Gli automatismi accorciano i tempi. Le vendite programmate possono trasformare un calo in una caduta in pochi minuti.
5. L’intervento delle autorità arriva dopo. Nel 2015 i tagli e il rinvio arrivarono a crollo avvenuto, e contare su un aiuto a danno fatto non è un piano.
Howard Marks, fondatore del gruppo Oaktree, ha scritto che non si può prevedere, ma ci si può preparare. Nessuno sa dove andrà il prezzo, né se un nuovo lunedì nero sia alle porte. La domanda utile è un’altra: i propri criteri li si è definiti prima, a mente fredda, o li si definirà nel panico?
| PAROLE DA CONOSCERE Future sui tassi. Contratti il cui prezzo riflette che cosa si aspettano gli operatori sulle decisioni future delle banche centrali. PCE. L’indice dei prezzi dei consumi americano, quello che la Federal Reserve osserva con più attenzione. Spread BTP-Bund. La differenza di rendimento tra il titolo di Stato italiano a dieci anni e quello tedesco: misura quanto di più chiede il mercato per prestare denaro all’Italia. |
| AVVERTENZA Il presente articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative. Non costituisce consulenza in materia di investimenti né sollecitazione all’investimento. I confronti storici non sono previsioni. Le criptovalute sono strumenti ad alto rischio e possono comportare la perdita di tutto il capitale investito. |
Fonti
Ricostruzione storica degli eventi di agosto 2015. Dati di ottobre 2026 al 2 ottobre: ANSA (dato sul lavoro USA); newsletter InsideW3B n. 43 del 2 ottobre 2026, che cita CME FedWatch, Citigroup, Bureau of Economic Analysis, Trading Economics, Reuters, Il Sole 24 Ore e Farside Investors.
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