Il debito pubblico italiano ha superato i **3.000 miliardi di euro**. Una cifra enorme, che pesa ogni anno sulle spalle di tutti noi sotto forma di interessi, tagli ai servizi e pressione fiscale.
In queste settimane stanno tornando in circolazione due proposte molto diverse per affrontarlo. La prima riguarda la vendita e la valorizzazione degli immobili pubblici. La seconda riguarda l’aumento della tassa di successione.
Proviamo a capirle entrambe, con numeri veri e parole semplici.
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## COS’È LA TASSA DI SUCCESSIONE E COME FUNZIONA OGGI
Quando qualcuno muore e lascia in eredità la casa, i risparmi o altri beni ai propri figli, lo Stato chiede una quota. Si chiama imposta di successione.
In Italia oggi funziona così:
Se erediti da un genitore o dal coniuge, paghi il 4% solo sulla parte che supera **1 milione di euro**. Sotto quella soglia non paghi niente. Se erediti da un fratello o sorella, paghi il 6% sulla parte che supera 100.000 euro. Se non sei parente stretto, paghi l’8% senza alcuna soglia minima.
**Novità 2025-2026:** dal 1° gennaio 2025 è entrata in vigore una riforma importante. Ora sei tu, come erede, a calcolare e versare l’imposta direttamente (si chiama autoliquidazione), senza aspettare che lo faccia l’Agenzia delle Entrate. Hai 90 giorni di tempo dalla presentazione della dichiarazione di successione per pagare, usando il modello F24. È anche possibile rateizzare. Altra novità: donazioni ricevute in vita e successione vengono ora tassate separatamente, il che in molti casi è un vantaggio per chi aveva già ricevuto beni dai genitori prima del loro decesso.
In pratica, la grande maggioranza delle famiglie italiane — quelle che lasciano in eredità la casa di proprietà e i risparmi di una vita — **non paga quasi nulla o paga cifre molto modeste**.
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## LA PROPOSTA DI INASPRIRE LA TASSA: COSA PREVEDE E COSA PRODUCE DAVVERO
Periodicamente torna la proposta di aumentare le aliquote sulle grandi eredità. La versione più strutturata prevedeva di portare l’aliquota al 20% per le eredità tra genitori e figli superiori a 5 milioni di euro. La proposta più recente — presentata nel giugno 2026 dal comitato “1% Equo” con una raccolta firme di iniziativa popolare — allarga il perimetro ai patrimoni oltre i 2 milioni di euro e punta a una riforma più ampia della tassazione patrimoniale.
Il confronto con altri Paesi europei è reale: in Francia il gettito da successioni è circa 13 volte superiore al nostro in rapporto al PIL. Le aliquote italiane sono effettivamente tra le più basse d’Europa. Quindi discuterne non è sbagliato.
**Ma bisogna essere onesti sui numeri.**
Con l’inasprimento proposto, lo Stato incasserebbe circa **2-3 miliardi in più all’anno**.
Su un debito di 3.000 miliardi, questo equivale a coprire gli interessi per meno di una settimana. Il debito rimarrebbe esattamente dove si trova e continuerebbe a crescere come prima.
Presentare questa proposta come soluzione al debito pubblico, quindi, non regge ai conti. Può essere una scelta legittima sul piano dell’equità — ridurre le disuguaglianze tra chi eredita molto e chi non eredita nulla è un tema serio — ma non è uno strumento per il risanamento della finanza pubblica.
C’è anche un altro problema pratico che riguarda direttamente molte famiglie: chi eredita un immobile, un capannone o una quota di azienda familiare non eredita automaticamente anche i soldi per pagare l’imposta. Se la tassa è costruita male, può costringere gli eredi a vendere in fretta ciò che hanno ricevuto. E vendere in fretta, di solito, significa vendere male.
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## LA PROPOSTA ALTERNATIVA: USARE IL PATRIMONIO PUBBLICO
Da anni MF-Milano Finanza e Class Editori portano avanti un’idea diversa, che ha trovato il sostegno pubblico di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, e l’attenzione del Ministero dell’Economia guidato da Giorgetti.
L’idea parte da una domanda semplice: **quanti immobili possiede lo Stato italiano?**
La risposta è impressionante. Secondo i dati del Ministero dell’Economia, gli edifici della pubblica amministrazione — tra Stato centrale, Regioni, Province, Comuni, ASL, università ed enti vari — sono **1,4 milioni di unità**, con un valore di mercato stimato intorno ai **300 miliardi di euro**. Aggiungendo terreni e partecipazioni societarie pubbliche, si arriva a stime tra i 600 e i 700 miliardi.
Una parte di questi immobili è ovviamente necessaria: scuole, ospedali, tribunali, uffici, beni culturali. Ma un’altra parte è **abbandonata, inutilizzata, o gestita in modo così inefficiente da costare più di quanto valga**. La Corte dei Conti ha rilevato che i costi di manutenzione degli edifici pubblici arrivano a costare fino a 10 volte di più rispetto al settore privato.
La proposta è: invece di lasciare tutto fermo, **usare questo patrimonio per ridurre il debito**, attraverso tre strade diverse.
**La prima strada è la vendita selettiva.** Non svendere tutto, ma cedere gli immobili che non servono più — caserme dismesse, uffici vuoti, aree abbandonate — a prezzi di mercato, usando i proventi esclusivamente per rimborsare il debito. Su un orizzonte di 10-15 anni, le stime ragionevoli parlano di **50-150 miliardi** recuperabili in questo modo. Non è la soluzione al problema, ma cambia la direzione di marcia. Lo abbiamo già fatto: nelle privatizzazioni degli anni ’90 l’Italia incassò circa 100 miliardi cedendo aziende pubbliche, e il rapporto debito/PIL scese dal 121% del 1994 al 106% del 2005.
**La seconda strada è la messa a reddito.** Invece di vendere, lo Stato affitta o cede in concessione immobili che oggi non producono nulla. Anche solo un rendimento del 2-3% su 100 miliardi di patrimonio attivabile significherebbe **2-3 miliardi all’anno** di entrate stabili e ricorrenti — senza perdere la proprietà. Questi immobili potrebbero diventare studentati, housing sociale, poli culturali, uffici, strutture sanitarie o turistiche, attraverso fondi immobiliari aperti anche ai cittadini che vogliono investire i propri risparmi.
**La terza strada è il risparmio gestionale.** Oggi lo Stato paga canoni di locazione a privati per uffici pubblici mentre possiede immobili vuoti altrove. Razionalizzare gli spazi, ridurre i canoni passivi e tagliare i costi di gestione gonfiati potrebbe liberare **miliardi di risparmio ogni anno** senza vendere né affittare nulla.
Combinando queste tre leve in modo serio e su un orizzonte di 15 anni, l’impatto cumulativo stimato è tra i **100 e i 200 miliardi**, tra entrate dirette e risparmi di spesa. Non è la soluzione definitiva al debito — che è venti volte tanto — ma è la differenza tra una traiettoria che migliora e una che peggiora.
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## IL CONFRONTO IN PAROLE SEMPLICI
Immagina di avere un debito di 100.000 euro.
Aumentare la tassa di successione è come decidere di risolvere il problema mettendo da parte 4 euro al giorno.
Il piano immobiliare è come scoprire di avere in cantina un quadro che vale 30.000 euro, una stanza piena di mobili che non usi e pagare ogni mese l’affitto di un box mentre il tuo garage è vuoto.
Entrambe le cose si possono fare. Ma solo la seconda cambia davvero qualcosa.
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## COSA DEVE SAPERE IL CITTADINO COMUNE
**Sulla tassa di successione:** nella forma attuale non ti tocca se lasci in eredità la casa di famiglia ai tuoi figli. La franchigia di 1 milione di euro protegge la grande maggioranza dei patrimoni italiani. Ma se in futuro la soglia venisse abbassata — ipotesi che alcuni avanzano — potresti ritrovarti a pagare anche su un appartamento in una grande città, anche se la tua famiglia non è “ricca” nel senso comune del termine. I prezzi degli immobili nelle aree urbane sono cresciuti molto negli ultimi anni, e un appartamento da 400.000 euro oggi potrebbe valerne 700.000 domani.
**Sul patrimonio pubblico:** quegli immobili abbandonati che vedi nella tua città appartengono già a tutti noi. Venderli bene o metterli a reddito, con un piano serio e senza svendere, significherebbe incassare risorse senza chiedere un centesimo in più a nessun contribuente.
**Sull’ordine delle priorità:** prima di chiedere ai cittadini di pagare di più, lo Stato dovrebbe dimostrare di saper gestire quello che già possiede. Solo dopo — eventualmente — ha senso aprire una discussione seria, con numeri precisi e soglie chiare, sull’equità del sistema di tassazione dei grandi patrimoni.
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## IN CONCLUSIONE
Le due proposte non si escludono in assoluto. Ma hanno proporzioni molto diverse.
Una vale 2-3 miliardi l’anno e richiede nuovi prelievi sui cittadini. L’altra può valere 100-200 miliardi in 15 anni e non richiede di tassare nessuno in più.
Il debito pubblico italiano è una montagna. Prima di chiedere a chi sta sotto di portare più peso, vale la pena chiedersi se chi sta in cima ha già scaricato tutto il possibile.
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*Alberto Spernich è consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede, iscritto all’OCF (n. 10928) e all’IVASS (n. E000106073). Le opinioni espresse in questo articolo hanno carattere divulgativo e non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata.*
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**FONTI**
– MEF – Dipartimento del Tesoro: Censimento dei beni immobili pubblici (de.mef.gov.it)
– MF-Milano Finanza / Class Editori: progetto Tagliadebito e dichiarazioni di Carlo Messina, AD di Intesa Sanpaolo
– Osservatorio CPI – Università Cattolica: storia e risultati delle privatizzazioni italiane 1993-2005
– UPB – Ufficio Parlamentare di Bilancio: stima impatto privatizzazioni sul rapporto debito/PIL 2026-2028
– Corte dei Conti / Monitor Immobiliare: costi di manutenzione immobili pubblici
– Sky TG24 Economia, giugno 2026: proposta di legge popolare “1% Equo” su grandi patrimoni e riforma della successione
– Agenzia delle Entrate / D.Lgs. 139/2024 e D.Lgs. 123/2025: quadro normativo aggiornato su successioni, autoliquidazione e separazione donazioni/successioni
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