ROMA, 9 LUGLIO – Negli ultimi anni Spid, PEC e firme digitali sono passati da strumenti utili a requisiti indispensabili per accedere a servizi pubblici e privati. L’obiettivo iniziale era condivisibile: semplificare l’interazione con la PA, ridurre la burocrazia, garantire identità e responsabilità certe. Ma la pratica sta mostrando un’altra faccia: costi in aumento, rimodulazioni arbitrarie dei fornitori e utenti intrappolati tra obblighi normativi e tariffe sempre più pesanti.
Federcontribuenti evidenzia un campanello d’allarme duplice. Da un lato, il vincolo: senza Spid o CIE molti servizi restano inaccessibili; senza PEC alcuni adempimenti diventano complessi o impossibili; senza firma digitale si è esclusi da procedure che richiedono pieno valore legale dei documenti. Dall’altro, il prezzo: canoni annuali, rinnovi, bundle obbligati, costi accessori poco trasparenti. Quando gli aumenti si muovono in parallelo tra diversi operatori, il sospetto di dinamiche para–cartellistiche diventa inevitabile.
Le conseguenze sono immediate: per professionisti e piccole imprese questi strumenti sono ormai costi fissi non comprimibili; per i cittadini, una barriera economica che si somma al digital divide. Il paradosso è evidente: tecnologie nate per semplificare finiscono per creare nuovi ostacoli, scaricando sull’utente finale l’onere della trasformazione digitale.
A questo quadro si aggiunge un tema cruciale: il digitale è un progresso solo se non discrimina. Federcontribuenti denuncia casi sempre più frequenti di anziani costretti ad acquistare smartphone per attivare CIE o SPID, trasformando un diritto in un obbligo tecnologico che pesa soprattutto sui più fragili. Ancora più grave la situazione delle persone impossibilitate alla firma: oggi, per delegare il ritiro della pensione sociale, molti sono costretti a rivolgersi a un notaio e sostenere spese di migliaia di euro per una procura generale. Un tempo bastava una semplice delega cartacea: la digitalizzazione, se non regolata, rischia di diventare una tassa occulta sulla fragilità.
Federcontribuenti segnala inoltre pratiche commerciali discutibili: riduzioni arbitrarie della durata degli abbonamenti, anche di un anno, senza alcuna tutela per l’utente. Un segnale evidente della necessità di una regolamentazione chiara e universale dei servizi digitali, sia nei costi di apertura sia nella durata degli abbonamenti.
Per uscire dall’impasse, Federcontribuenti indica tre interventi urgenti:
- Trasparenza tariffaria e comparabilità reale delle offerte, con obbligo di evidenziare i costi totali su orizzonti pluriennali.
- Standard aperti e interoperabilità, per ridurre lock-in e favorire concorrenza su qualità e prezzo.
- Vigilanza antitrust e regole sui rinnovi: stop alle rimodulazioni unilaterali senza alternative o recesso agevolato.
Oggi un cittadino arriva a spendere circa 100 euro l’anno, mentre un imprenditore può superare i 1.000 euro. Numeri che impongono una riflessione urgente: l’identità digitale deve tornare a essere un diritto abilitante, non un pedaggio, e l’innovazione deve procedere senza lasciare indietro nessuno, evitando che la tecnologia diventi l’ennesimo lucro sulle spalle dei più fragili.
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