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Economia digitale: regime fiscale fermo a 9,5% con ricavi milionari contro il 47% delle imprese tradizionali

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L’economia digitale nel 2020 arriverà a valere 789 miliardi di euro, il 4% dell’intero Pil europeo. Federcontribuenti: ”In Italia le imprese che operano nel settore digitale hanno una tassazione ferma al 9,5% contro il 47% delle imprese tradizionali. Inoltre le imprese digitali risparmiano il 75% sui costi per la logistica. Il divario tra imprese che operano e guadagnano sullo stesso territorio nazionale è diventato inaccettabile dal punto di vista dei doveri fiscali”. A livello nazionale i lavoratori digitali non posseggono nessuna normativa sulla sicurezza sul lavoro o previdenziale eppure guadagnano più di tutti. Le big dell’ICT hanno sede negli Usa, 7 sono in Cina e 2 in India. Nessuna in Italia e solo 1, la svedese Spotify in tutta Europa.

In Italia l’industria digitale cresce a ritmi vertiginosi con 65 miliardi di euro investiti solo nel 2018 e un compenso minimo che parte dai 100 mila euro all’anno e non conosce disoccupazione; ”nel settore digitale sono 675 mila persone attualmente impiegate con un indotto, complessivo, pari a 89 miliardi di euro e ogni anno sono circa 190 mila le nuove assunzioni”.

Per lo più, circa il 60% di tutti gli occupati nel settore digitale, lavora da casa, ”questa formula aiuta a tagliare i costi per la gestione degli uffici e permette a chiunque, senza distinzione di età, sesso o invalidità, di lavorare e occuparsi della gestione familiare e altra cosa favorevole, nel settore digitale vince la meritocrazia e non il titolo accademico”.

Online si lavora di meno e da casa e si guadagna di più. Le tasse poi sono una sciocchezza.

Il regime fiscale previsto per le imprese che operano esclusivamente online è tra le più vantaggiose in Italia: ”come diciamo da qualche anno, abbiamo un sistema fiscale inadeguato ai tempi perchè insistiamo nel taglieggiare le imprese tradizionali dimenticando i grandi profitti che il digitale sta generando. Stesso discorso il costo sul lavoro: un operaio tradizionale costa fino al 56% in più rispetto ad un impiegato digitale e questa disparità genera una ingiustizia fiscale senza precedenti”.

Il pazzo mondo di chi programma le APP.

In Europa abbiamo 2 milioni di persone che lavorano programmando app con un valore di mercato pari a 6,3 trilioni di dollari. Si stima che nel 2020 i ricavi toccheranno l’astronomica cifra di 6 mila miliardi di ricavi all’anno.

Cosa fare per adeguarsi ai tempi.

”Anche la UE sta lavorando ad una Legge per inquadrare tutti i lavoratori del settore digitale e ad una forma di tassazione adeguata e contro la disparità che questa lacuna legislativa crea tra industrie tradizionali e quelle online. In Italia abbiamo solo qualche iniziativa regionale per i lavoratori del digitale ma nulla dal governo centrale. In breve, al momento in Italia non esiste una vera regolamentazione giuridica o fiscale a disciplinare i guadagni derivati dalle vendite online o anche solo dalle pubblicità. Se regolamentassimo tutte le forme di guadagno potremmo far salire il regime fiscale delle imprese digitali e abbassare le tasse sulle imprese tradizionali”.

Opportunità per la spesa pubblica.

Applicando il sistema digitale in tutti gli uffici pubblici ”potremmo risparmiare fino ad un miliardo di euro all’anno eliminando i costi degli affitti degli uffici; i costi per il trasporto con un enorme beneficio per l’ambiente e infine i costi per i pasti fuori casa. Più che stabilire gli orari di ufficio la PA dovrebbe per ogni dipendente stabilire un obiettivo quotidiano o settimanale”.

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