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Si al salario minimo, no al reddito di cittadinanza: motivi politici ed etici a confronto.

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Si al salario minimo, no al reddito di cittadinanza: motivi politici ed etici a confronto. Il salario minimo non piace ai sindacati chiamati alla contrattazione: ruolo svolto malissimo. Con un salario minimo fissato per legge i sindacati perderebbero il 70% del loro potere e significato. Il reddito di cittadinanza oltre a togliere risorse non risolve il problema e rischia di diventare una paghetta per chi in realtà non ha voglia di lavorare. Cosa vogliamo? Rendere l’Italia il paese con il più basso tasso di disoccupazione. No alla paghetta, si al lavoro per tutti.

Salario minimo da fissare in 7 euro l’ora per 8 ore lavorative per 5 giorni la settimana al mese fanno 1.400 euro. Il reddito di cittadinanza per i 3 milioni e oltre di disoccupati, a 500 euro al mese, costerebbero un miliardo e 600 milioni per i contribuenti paganti. Non solo 500 euro al mese non assicurano da vivere, ma, si toglierebbero risorse ai malati, ai disabili, ai pensionati. Inoltre per quanto tempo possiamo permetterci di sovvenzionare i disoccupati? Per la cassa integrazione lo Stato usa fondi pubblici per circa 3 miliardi l’anno senza risolvere alcunchè: un mini reddito garantito che ha fallito su tutti i fronti.

Il salario minimo, o meglio, quanto deve costare un’ora di manodopra, è una misura indispensabile da inserire nel nostro ordinamento per scongiurare lo schiavismo, la disuguaglianza e le grandi corporazioni succhia diritti. Con meno di 1.400 euro al mese in Italia non si vive e non si rilanciano i consumi: più soldi, meno sussidi. Per accompagnare l’introduzione di un salario minimo occorre rivedere il contratto nazionale del lavoro, renderlo unico per tutte le tipologie di lavoro e figure professionali, in questo modo si darebbero pari diritti a tutti i lavoratori di qualunque età o professione: significa fare un importante passo avanti verso l’innalzamento della qualità di vita di ogni cittadino. Lo Stato deve investire in questo progetto e non dare soldi a fondo perduto. Un solo contratto valevole per tutti e un carico fiscale snellito con l’impegno del governo di garantire ai piccoli imprenditori e artigiani una fetta di mercato considerevole nelle grandi catene di distribuzione. In sintesi. Per garantire il minimo salariale occorre: rilanciare le produzioni italiane, quindi il nostro manifatturiero, tagliare i costi sul lavoro togliendo risorse alle corporazioni e alleggerire il carico fiscale. Costo per la spesa pubblica? Aumentando l’occupazione e la produzione l’Erario non può che godere della manovra, sacrificando, inizialmente, solo qualche milione di euro. Investimento sicuro. Non tossico.

La situazione attuale vede un tessuto industriale sparito, a causa dei grandi gruppi industriali che hanno goduto dell’amicizia politica, con leggi fatte per accrescere il loro potere e nutrirsi delle nostre eccellenze e risorse. A patto di trovare risorse economiche per garantire il reddito di cittadinanza, perchè non ridisegnare l’Italia intera? Da nord a sud il discorso non cambia. Abbigliamento, calzature e accessori per la moda sono prodotti o da filiere asiatiche, o da grandi gruppi un tempo di produzione italiana (non solo nel nome). Stesso discorso per ogni altro prodotto; dai mobili all’oggettistica, all’elettronica con la stessa agricoltura danneggiata gravemente. Nemmeno la pasta produciamo quasi più! Per questo motivo siamo contro ogni forma di sussidio, da dare solo a chi per motivi fisici o psichici non può più lavorare. L’assistenza la si dà a chi ne ha bisogno realmente, tutti gli altri devono poter lavorare nell’intero arco della loro esistenza e andare in pensione con una cifra equa a garantirgli serenità. La cassa integrazione andrebbe abolita, come andrebbero aboliti gli inutili centri per l’impiego che così come pensati ci costano la bellezza di 500 milioni l’anno e producono solo carta burocratica. Le piccole e grandi imprese, tra loro, devono dialogare e farsi carico di ricollocare eventuali esuberi. Questa è vera flessibilità.

Abbiamo sufficienti materie prime per produrre ogni bene come abbiamo fatto negli anni del boom economico: perchè oggi ci costano più che importare le materie prime da altri Paesi? Da qualche parte bisogna iniziare; intanto i contribuenti indebitati potrebbero essere messi in condizione dai propri comuni di ripagare con piccoli lavori socialmente unitili. Quello strappo politico tanto promesso da Renzi non c’è stato. La corruzione è ancora porta bandiera del mal costume politico. Le grandi industrie sono ancora in grado di minacciarci con licenziamenti a tappeto. Le nostre piccole aziende continuano a morire come ancora ogni giorno avviene un suicidio. Le banche comandano il gioco. Nulla di concreto è stato realmente fatto. Sicuri che il reddito di cittadinanza sia la cura risolutiva?

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